L’isola dell’Abbandono, dove nasce “Vita”.
RECENSIONE:
L’ ISOLA DELL’ABBANDONO
Autore: Chiara Gamberale
Casa Editrice: Feltrinelli
Prezzo: 16, 50 €
Codice ISBN: 9788807033407

“Se sapessimo di cosa abbiamo bisogno,non avremmo bisogno dell’amore”
TRAMA:
Sull’isola di Naxos, l’irrequieta protagonista di questo romanzo scontrandosi con il mito, con l’abbandono e con una serie di cambiamenti, si ritrova a dover riconoscere se stessa, attraverso, le mille peripezie che la vita le darà modo di sperimentare. Mille, concentrate in tre cambiamenti fondamentali per la vita di una donna, e di qualsiasi essere umano, che subisce il dramma della perdita, con la fine di un amore e un lutto inaspettato, il terrore dell’abbandono, la voglia di ricominciare e la nascita di un figlio. Intrecciandosi con la leggenda di Teseo e Arianna, in una suggestiva Grecia, Chiara ci racconta la visione di una realtà che sa d’infanzia, di paure, di lacrime, ma anche di attimi che vedono avverarsi qualcosa d’inaspettato, in grado di stravolgerti, e stravolgersi in tutti i sensi.
Che cosa è davvero finito e che cosa è davvero cominciato su quell’isola?
L’AUTORE

Chiara Gamberale è nata nel 1977 a Roma, ha scritto molti libri, come “Una vita sottile” (suo romanzo d’esordio) , “La zona cieca”, “Le luci nelle case degli altri” , “Per dieci minuti”, “Avrò cura di te” a quattro mani con Massimo Gramellini, “Qualcosa” e collabora con varie testate giornalistiche, conduttrice di programmi televisivi e radiofonici.
L’AUTORE ALLA LIBROLETTO:
Ho avuto l’onore di poter intervistare Chiara Gamberale, sottoponendole qualche domande via mail, sulla sua vita, sul suo modo di scrivere, e su tutte quelle domande che a volte non si fanno, ma sono fondamentali per ricordare le parti belle delle persone che ci circondano.
Ciao Chiara, grazie per aver accettato, la prima domanda che ti voglio fare è che cosa ti ha portato a diventare scrittrice? Come mai questa grande passione per la scrittura? Da cosa nasce?
Si può davvero parlare di pura vocazione, nel mio caso. Io vengo da una famiglia di numeri, mio padre è ingegnere e mia madre ragioniera, ma a me hanno sempre e da sempre incantato le parole…Mi bastava che mia nonna mi raccontasse come si erano conosciuti lei e mio nonno e sentivo, dentro, una specie di pace. Imparare a leggere da sola, a circa cinque anni, è stata la conquista più preziosa della mia infanzia e ho scritto il mio primo “romanzo” a sette anni, si intitolava “Clara e Riki”, e sono seguiti “Clara e Riki crescono”, “I figli di Clara e Riki”, e via così…Scrivere è proprio l’unico modo che conosco per sopportare, evitare e capire meglio l’esistenza.
E da bambina che cosa leggevi?
Di tutto. Ma il libro che ha segnato la mia infanzia è stato senza dubbio Piccole Donne. Sentivo le sorelle March mie amiche più di quanto sentissi vicini i miei compagni di classe.
Chi è stato o chi è il tuo autore o la tua autrice preferito/a?
Tanti, a seconda dell’età…Louise May Alcott, Dickens, Proust, Philip Roth, Clarice Lispector…Hanno davvero segnato la mia vita tanto quanto le persone a me più care.
A chi ti ispiri o a cosa t’ispiri per scrivere un libro?
I miei libri nascono sempre da un’urgenza profonda: quando è pronta per trasformarsi in una sfida stilistica io sono pronta a scrivere una nuova storia.
Dei tuoi libri qual’è quello al quale sei più legata? E per quale motivo?
Forse a Le luci nelle case degli altri. Sia per il libro in sé, che credo sia il mio migliore, sia per il periodo che vivevo mentre lo scrivevo. Ma sono molto legata anche a Qualcosa e a L’isola dell’abbandono.
Una cosa che accomuna tutte le tue protagoniste dei tuoi libri, dal mio punto di vista è l’umanità in tutte le sue sfaccettature, sei d’accordo?
Sì, è vero…Niente mi interessa, mi spaventa e mi meraviglia di più dell’umanità.
In quali dei tuoi personaggi di ieri e di oggi ti ritrovi di più?
Sicuramente in Lidia che nasce ne La Zona Cieca, ma non a caso torna, in maniere diverse, anche ne Le luci delle case degli altri, in Adesso e ne L’Isola dell’Abbandono.
E tra tutte i tuoi personaggi maschili, qual’è quello che preferisci? E nel quale ritrovi i tratti della tua personalità?
In Lorenzo, che nasce con Lidia e con lei torna negli altri romanzi. E’ l’altra faccia di Lidia: e anche la mia. Un po’ come quando in Cime Tempestose Catherine dice:- Heathcliff sono io-.
La tua storia di vita influisce sui libri che hai scritto? Se si quali sono gli eventi che più hanno caratterizzato la tua scrittura?
Influisce profondamente. E più che degli eventi, la mia scrittura è caratterizzata dalla mia inquietudine, dalla fatica che faccio a vivere, pari solo alla voglia che ho di continuare a provare a farlo.

E della tua Vita che cosa ci racconti? Se dovessi intitolare un libro o dedicarne uno a lei che cosa scriveresti in copertina?
“Grazie.”
RECENSIONE ALLA LIBROLETTO

In questa recensione mi verrà in aiuto l’autrice di questo libro, che si è prestata per raccontarci, attraverso le mie domande e la mia curiosità, più a fondo, i temi principali di cui tratta nelle sue storie, negli occhi dei suoi personaggi, e nella vita che quotidiana che si respira tra le pagine di questo ultimo capolavoro. Una storia che comincia, con uno di quei “fili” che forse molti lettori, conoscono già da tempo tra le pagine di Chiara: Lidia. Lidia che torna è attraversa la zona cieca, si perde tra le luci delle case degli altri ed infine, infine si ritrova anche su quest’isola, che la accoglie, insieme ai personaggi, e al lettore di questo libro.
Perché è di questo che tratta “L’isola dell’abbandono”.
“Che cosa c’è nell’abbandono che tanto ti riguarda?”
La parola “Abbandono” per molti, ha un accezione negativa, ma qui dentro, ci troviamo di fronte ad un “perdersi” tenero, che ci consente, di ritrovare non solo noi stessi, ma anche tutto quello che avevamo lasciato indietro. Abbandonare e abbandonarsi hanno entrambe la stessa radice, ma è quello che portano dopo, che ci permette di capirne il cambiamento e di apprendere quello che una perdita, può insegnarci.
Ecco cosa ci dice Chiara a riguardo:
La parola “Abbandono” spesso evoca, e rimanda a pensieri, o ricordi negativi; ci fa pensare a qualcosa di brutto, a qualcosa che fa estremamente male. Ma in questo libro, il significato vero della parola, sembra cambiare, come se Abbandonare ed abbandonarsi, alla vita, e agli eventi, non sia poi del tutto così sbagliato. Tralasciando quindi i lati negativi, dell’abbandono, per Chiara, (e quindi anche per la protagonista del tuo libro) quali sono le cose belle, i lati positivi di un “abbandono”? Se per te ce ne sono…
Ce ne devono essere, come per ognuno di noi. E se non vogliamo subire la vita, ma viverla, gli abbandoni fanno parte del gioco: e, proprio come per Arianna, la scommessa è trasformare quel buco in un passaggio segreto, quella violenza nella possibilità di una trasformazione. Anche se, come diceva Pasolini, soffre tutto quello che cambia, anche per farsi migliore.
I temi “Abbandono”, “Cambiamento”, in questo libro vanno di pari passo, qualcuno l’ha sopranominato “La metamorfosi di Arianna” sono momenti che passiamo tutti, abbastanza difficili, traumatici, ecco, hai scritto un libro che somiglia ad una carezza o sbaglio?
Per me scriverlo è stato così: anche se è stata una carezza prudente, perché la mano si posava su cicatrici di ferite profonde.
Che cosa ci salva dall’abbandono? Dell’abbandono dobbiamo solo avere timore secondo te?
Ci salva la curiosità di quello che possiamo ancora diventare, ma non lo sappiamo.
In una situazione di qualsiasi abbandono, secondo te è meglio perdersi o ritrovarsi?
Sarò banale, ma se non ci si perde non ci si può ritrovare. Non c’è verso, il pacchetto è completo.
Una delle parti più importanti di questo romanzo, è l’isola. L’isola di Naxos, in Grecia. L’isola in cui si narra che Teseo abbandoni Arianna, dopo averle giurato amore eterno. E’ proprio in questo luogo, che tutto comincia e tutto finisce. O forse tutto continua. Naxos è…“Una canzone che parla di lacrime, birra, un mare che si rompe,e un mare che nasce”
Parliamo dell’Isola di Naxos, e parliamo dell’isola ingenerale…. Chi è per te Isola? E che cosa rappresenta Naxos?
La mia vita è tutta una spola fra Roma, e i suoi rumori, anche irresistibili, e le isole: posti deserti che ho sempre cercato, possibilmente fuori stagione, per impostare i miei romanzi e, in generale, per ritrovare il respiro mio e di quello che vivo. Naxos è stata proprio una delle mie isole del cuore, ho trascorso lì una parte importante della mia gravidanza e lì sono stata felice come forse non mai, né prima né dopo. Eppure è lo scenario mitico di un abbandono tanto feroce come quello di Teseo…Ed è un luogo che, retrospettivamente, anche per me si è rivelato fatale. A questo libro, non a caso, ho affidato tutto l’amore e tutto il dolore che avevo dentro. Dolore e amore che con Naxos hanno tanto, tanto a che fare.
Il cambiamento, dettato dal nostro stato emotivo, da come reagiamo a tutto quello che ci accade, ci rende in grado di continuare a vivere, e di riscoprirci più forti davanti al dolore. Il cambiamento parte anche da cose piccole, piccole, e Chiara ce l’ho insegna già in “Dieci Minuti”, dove lei stessa si ritrova a voler cambiare di continuo, ogni giorno per dieci minuti, scoprendo quanto sia importante ricercare quel cambiamento nella sua minuta prospettiva, minuta si, come le cose semplici che diventano grandi, come un treno che arriva a Marzo, e si trasforma in un concerto che ti cambia la vita. Oppure negli occhi e nelle domande di un bambino, quelle che ti fanno riflettere, e che forse, per cambiare, non dovremmo mai smettere di fare. I bambini sono un tema ricorrente in questo libro, un tema che nasce con “Costanza” anche se non è ancora pronta ad uscire e vola con il piccolo Emanuele, figlio della nostra Arianna, figlio che arriva dopo una tormenta di neve, un sole caldo, e la vita che scorre.
Una scelta che ho apprezzato molto, è stata quella di far pronunciare il nome di “Arianna” solo a metà libro. Prima di allora veniva soprannominata solo occhi. E’ come se si fossi ritrovata, dopo essersi persa, dopo essere stata abbandonata? Quanto è diversa la protagonista delle prime pagine, dove si parla dell’arrivo a Naxos, e quella che la succede dopo? Cosa cambia in lei?
E’ proprio così, certo…E la protagonista, prima di arrivare a Naxos, semplicemente non si conosce: è anche a se stessa che, in quel punto preciso della storia, finalmente viene rivelata la sua identità, attraverso il suo nome.
“ Emanuele”, Arianna, chiama cosi suo figlio, il figlio di Naxos, ecco, sono molto legata a quel passo, e anche riguardo alla scelta del nome, c’è una bella storia, e parte tutto da una carezza, sulla testa (e si ci ho pianto) , e la carezza che si dovrebbe fare all’abbandono?

Mi commuovi, perché anche io ho pianto tre volte scrivendo questo libro e una è stata proprio mentre scrivevo quelle righe…Che sì, sono una carezza all’abbandono. Sembra un ossimoro guadagnare una perdita, ma io credo si possa fare. Me l’ha insegnato Arianna….
Arianna scrive storie per “La gazzetta dei bambini” e il discorso dei più piccoli ritorna sempre, sia in questo libro, che nei tuoi libri in generale, una di queste storie, parla dell’umorometro? A quanto è il tuo in questi giorni?
Diciamo che la pallina del mio umorometro è stata messa alla prova quest’anno, tentata sia dalla gioia assoluta della maternità che da una cocente delusione che, in questi stessi mesi, mi sono trovata a fronteggiare.
Sempre a tema bambini troviamo delle conversazioni semplici, semplici che si contrappongono a quelle delle prime pagine con Stefano, Arianna si trova a vivere un amore semplice ed intenso che le regala semplicità, e cose piccole piccole che molti si dimenticano di chiedere, per esempio Chiara, qual è il tuo colore preferito? La tua canzone preferita?
Che bello, ho sempre sognato che me lo chiedesse qualcuno, ecco perché ho fatto sì che lo si chiedesse ad Arianna! Il mio colore preferito è l’azzurro primavera. La mia canzone preferita del momento è Martha di Tom Waits.
Quanto è importante essere semplici?
Moltissimo. Ma io devo ancora imparare tanto, in merito a questo.
Che colore è questo libro dal tuo punto di vista?
Blu cambio stagione.
Un’altra cosa che mi ha colpito di questo libro è stata il personificare, ogni cambiamento con un “uomo” che è entrato a far parte della sua vita. Prima con Stefano, con il quale ha vissuto un amore tormentato, difficile, tossico a tratti, e fatto di quella tanta voglia di sopravvivere per forza anche se ci fa male.
Il secondo è quello con Di. L’amore che resta, che non ti fa male, o forse un po’ si, ma che non arriva a ferirti nell’animo davvero. Quello che ti regala cose semplici, che a volte pare proprio non ti bastino mai, e allora senti il bisogno di fuggirvi, e poi ritornarvi quanto tutto torna al posto, o forse ci scombussola ancora di più.
E poi c’è l’amore con Damiano, padre di Emanuele, che forse non è forte come i primi, ma che però, rimane, perché in qualche modo, personifica, il continuare ad essere, semplicemente Arianna.
Una delle frasi che più mi ha colpito del libro è stata questa:
“Ognuno di noi gestisce i suoi mostri per proteggere chi ama. Lui no. Fa il contrario. Gestisce chi ama per proteggere i suoi mostri”
Che cosa provi per queste persone? Che cosa è che li spinge ad essere, come il primo amore della nostra protagonista?
Un narcisismo sfrenato. L’incapacità di relazionarsi a quello che sta fuori di loro, imprigionati come sono nel loro ego. Sono come dei neonati, solo i loro bisogni del momento gli sono presenti. Tutto il resto è una nebbia da cui difendersi.
Tra le pagine 135 e 137 c’è una citazione di Albert Camus che recita:
“Un uomo labirintico non cerca mai la verità ma sempre e solo Arianna” che cosa ti suscita questa citazione?
Rabbia.
Consiglio questo libro a chi ha bisogno di abbandonarsi. A chi l’ha già fatto. A chi sa piangere e non ha paura di soffrire. E se ne ha, sappiate che è normale. L’isola dell’Abbandono aiuta a capirsi, a spiegarsi, a dare un senso anche a quelle situazioni che a volte, sembrano travolgerci, ma alla fine è solo Vita, e per Chiara, come per Arianna, come per tutti noi, è essenziale ricordarcelo. Il mondo è pieno di tutto ciò che ci può far male, ma allo stesso tempo, richiede impegno e coraggio per prendersi per mano, accarezzarsi testa e cuore, a continuare a cercare la propria isola, dentro di noi. Sono convita che tra le maree del nostro cuore c’è sempre spazio per una birra in spiaggia a cantare una canzone dei Linkin Park, e a proposito, l’ho chiesto anche lei:
L’ultima domanda la faccio un po’ a tutte quelle persone a cui tengo, e parecchio, ed è anche una cosa che riguarda un tuo libro precedente, una protagonista meravigliosa di nome Mandorla, e la musica. Ma allora ti piacciono i Linkin Park? Canzone preferita?
Certo che mi piacciono! Li ho scoperti grazie a Mandorla, pensa, chiedevo in giro, a ragazzi che avevano l’età che aveva lei, quali fossero i loro cantanti preferiti, e così mi sono venuti incontro e non li ho più lasciati. E forse la canzone che ora come ora ha più a che fare con me è “Pushing me away.”
Grazie a Chiara Gamberale, per aver scritto pagine e pagine che hanno capito perfettamente chi sono. Grazie per avermi dato spazio, nella sua vita, in quella di Arianna e anche in quella di Mandorla e tante altre donne e bambine figlie della sua penna che hanno preso la mia mano, e l’hanno stretta forte forte. Grazie a Valeria e Federica, collaboratrici formidabili che hanno reso possibile questa intervista.
Grazie ai libri, a questo libro, perché in un periodo buio, mi ha davvero salvata.
A cura di Alessia Viviani

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